Dalla Chiesa che insegna alla Chiesa che ascolta — Una cultura dell'incontro
Dalla Chiesa che insegna alla Chiesa che ascolta: non è una rinuncia al magistero, ma un ritorno alle origini. Perché nella Bibbia, prima ancora di parlare, il credente è chiamato ad ascoltare. La prima parola della preghiera quotidiana d'Israele non è «parla», ma «ascolta»: Shema Israel (שְׁמַע יִשְׂרָאֵל), «Ascolta, Israele» (Deuteronomio 6,4).
L'ascolto come atto di fede
Il giovane Samuele, nel silenzio del tempio, impara la postura fondamentale del credente: «Parla, Signore, perché il tuo servo ti ascolta» (1 Samuele 3,10). E san Paolo lo conferma: «La fede viene dall'ascolto» (Romani 10,17). Una Chiesa che ascolta non è una Chiesa insicura: è una Chiesa che sa da dove viene la propria parola. Chi non ascolta più — né Dio, né l'uomo — finisce per ripetere se stesso. Chi ascolta, invece, rimane discepolo anche mentre insegna.
Una cultura dell'incontro
Ascoltare l'uomo contemporaneo non significa approvare tutto ciò che dice: significa prenderlo sul serio. Le sue domande, le sue ferite, i suoi linguaggi. Gesù stesso, prima di rispondere, domandava: «Che cosa vuoi che io faccia per te?» (Marco 10,51). Maria di Betania, «seduta ai piedi del Signore, ascoltava la sua parola», e Gesù difese quella scelta come «la parte migliore» (Luca 10,39.42). La cultura dell'incontro nasce qui: due ascolti che si aprono, quello dell'uomo verso Dio e quello della Chiesa verso l'uomo.
«Ognuno sia pronto ad ascoltare, lento a parlare» (Giacomo 1,19).
Nel rumore del nostro tempo, l'ascolto è diventato raro quanto prezioso. Una comunità che sa ascoltare — davvero, senza fretta di correggere — è già una predicazione. Perché chi si sente ascoltato comincia a credere di valere; e chi scopre di valere è pronto a sentirsi dire da Chi è amato. La Chiesa che ascolta non tace il Vangelo: lo prepara.
IAS — a chi è dato comprendere, sarà dato di comprendere a suo tempo.
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