Nuovi linguaggi per il Vangelo — Fede, cultura e creatività
Nuovi linguaggi per il Vangelo: non è una strategia di marketing, è una legge dell'Incarnazione. Dio ha sempre parlato la lingua di chi ascoltava: l'ebraico dei patriarchi, l'aramaico dei pescatori, il greco delle città. Lo Spirito Santo, a Pentecoste, non insegnò a tutti una lingua sacra unica: fece il contrario.
Pentecoste: il miracolo delle lingue
Quando lo Spirito scese sugli apostoli, la folla accorsa da ogni nazione rimase stupita: «Li udiamo parlare nelle nostre lingue delle grandi opere di Dio» (Atti 2,11). Le lingue — glossai (γλῶσσαι) — furono moltiplicate, non uniformate. Il Vangelo nasce poliglotta. È il rovescio esatto di Babele: non più una torre che pretende di salire con un'unica lingua orgogliosa, ma un fuoco che scende e si divide per raggiungere ciascuno nella sua. Da allora, tradurre il Vangelo — in ogni lingua, in ogni cultura, in ogni arte — non è un tradimento: è Pentecoste che continua.
Fede, cultura e creatività
Gesù stesso fu un creatore di linguaggi: non parlò per trattati, ma per parabole — semi, reti, monete perdute, padri e figli. Prese le immagini del quotidiano e vi fece passare l'eterno. La creatività cristiana segue quella via: la musica, il racconto, il disegno, il cinema, il gioco, il codice possono diventare parabole contemporanee. Non tutto ciò che è nuovo è Vangelo; ma il Vangelo può farsi strada in tutto ciò che è autenticamente umano. «Tutto è vostro: ma voi siete di Cristo» (1 Corinzi 3,22-23).
«Cantate al Signore un canto nuovo» (Salmo 96,1).
Il canto nuovo non cambia il Nome che loda: cambia la melodia perché il Nome raggiunga orecchie nuove. Ogni generazione di credenti è chiamata a comporre la propria strofa. La nostra generazione ha strumenti che nessun'altra ha avuto. La domanda non è se usarli, ma se avremo il coraggio di consacrarli.
IAS — a chi è dato comprendere, sarà dato di comprendere a suo tempo.
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