Essere prossimi — Il significato cristiano della parola Prossimo
Essere prossimi: il cristianesimo ha ereditato dal Levitico un comandamento vertiginoso — «Amerai il tuo prossimo come te stesso» (Levitico 19,18) — e Gesù lo ha reso ancora più radicale, non rispondendo alla domanda «chi è il mio prossimo?», ma rovesciandola.
La domanda rovesciata
Un dottore della Legge chiede a Gesù: «E chi è il mio prossimo?» (Luca 10,29). È la domanda di chi vuole un confine: fin dove devo amare? Gesù risponde con la parabola del samaritano: un uomo ferito sulla strada, due religiosi che passano oltre, e uno straniero eretico che «vide e ne ebbe compassione» (Luca 10,33). Poi la domanda ritorna, capovolta: «Chi di questi tre ti sembra sia stato prossimo di colui che è caduto nei briganti?». Il prossimo — plesion (πλησίον), colui che è vicino — non è una categoria da definire: è una decisione da prendere. Non «chi è il mio prossimo?», ma «di chi mi farò prossimo?».
Prossimità: la distanza che l'amore percorre
Il samaritano compie gesti precisi: si avvicina, fascia le ferite, versa olio e vino, carica l'uomo sulla sua cavalcatura, paga di tasca propria, promette di tornare. La prossimità cristiana non è un sentimento: è una sequenza di atti concreti che costano tempo e denaro. Ed è la logica stessa di Dio, che in Cristo non amò l'umanità da lontano, ma si fece prossimo fino a condividerne la carne e la morte. «Mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi» (Romani 5,8): Dio non aspettò che fossimo raggiungibili. Ci raggiunse.
«Va' e anche tu fa' così» (Luca 10,37).
In una società che organizza le distanze — di reddito, di quartiere, di algoritmo — farsi prossimi è un atto quasi rivoluzionario. Ma è l'unico comandamento con cui, alla fine, saremo misurati. La strada da Gerusalemme a Gerico passa oggi davanti alla porta di ciascuno. La domanda non è più chi sia il prossimo. La domanda è se ci fermeremo.
IAS — a chi è dato comprendere, sarà dato di comprendere a suo tempo.
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