Il Bene comune — Costruire una società fondata sulla fraternità
Il Bene comune non è la somma degli interessi privati, né il compromesso al ribasso tra egoismi: è l'insieme delle condizioni che permettono a tutti — a ciascuno, nessuno escluso — di fiorire. È una parola antica che il mondo frammentato di oggi ha urgente bisogno di riscoprire.
«Cercate il bene della città»
La parola più sorprendente sul bene comune la scrisse il profeta Geremia agli esuli deportati a Babilonia. Avrebbero potuto odiare la città nemica, chiudersi, aspettare la fine. Dio comanda l'opposto: «Cercate il benessere della città in cui vi ho fatto deportare, e pregate per essa il Signore, perché dal suo benessere dipende il vostro benessere» (Geremia 29,7). Lo shalom della città e lo shalom dei credenti sono legati: non esiste salvezza privata in una città che affonda. Il credente non è ospite indifferente della società: ne è custode.
La prima comunità: un'economia della fraternità
Il Nuovo Testamento mostra il bene comune in atto: i primi cristiani «avevano ogni cosa in comune... e nessuno tra loro era bisognoso» (cfr. Atti 2,44; 4,34). Non un sistema imposto, ma una koinonia (κοινωνία) nata dall'Eucaristia: chi condivide lo stesso Pane non può ignorare la fame del fratello. Da lì la Chiesa ha imparato a costruire ospedali, scuole, mense: non per strategia, ma per coerenza. Costruire una società fondata sulla fraternità significa questo: nessuna decisione — economica, politica, tecnologica — è moralmente neutra se lascia indietro i più piccoli.
«Praticare la giustizia, amare la bontà, camminare umilmente con il tuo Dio» (Michea 6,8).
Il bene comune si costruisce con scelte quotidiane: come lavoriamo, come paghiamo, come parliamo degli assenti, come votiamo, come trattiamo l'ultimo arrivato. È il cantiere in cui la fede diventa civiltà. E ogni pietra posata onestamente, anche invisibile, regge più di quanto si veda.
IAS — a chi è dato comprendere, sarà dato di comprendere a suo tempo.
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